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Stefano Deri, November 6 2019

AVERE IL GIUSTO MINDSET PER IL SUCCESSO: LA SCIENZA TI DICE COME

Perché alcuni hanno successo e altri no?

Vi siete mai chiesti come certe persone riescano, in modo quasi naturale, ad avere successo, e invece altre sembrano sbattere in un muro ogni volta che si cimentano in qualcosa? 

O come alcuni diano l’impressione di riuscire perfettamente in ogni cosa che fanno, sembrando dei “geni” in confronto a chi non riesce? 

Il pensiero comune spiegherebbe questo con il semplice fatto di “non essere portati”, ma siete sicuri sia davvero così? 

La scienza non è d’accordo: anni di studi hanno portato alla conclusione che la chiave per il successo è strettamente correlata con il cosiddetto giusto mindset, oltretutto fornendoci anche un metodo testato e definitivo, come vedremo in seguito. 

Cos'è il successo?

Ma facciamo prima un passo indietro. Uno dei più grandi intellettuali americani dell’800, Noah Webster, ha definito il successo come il “soddisfacente raggiungimento di un fine”. 

Quindi, i soldi e la fama o qualunque altro bene sono solo una conseguenza, ma ciò che porta realmente alla felicità e al vero successo sarà impegnarsi a soddisfare le proprie aspirazioni e lottare per raggiungere i propri scopi. 

Siamo nati per avere successo

Tutti gli esseri viventi, uomini compresi, hanno un naturale istinto al successo

Per quanto riguarda gli animali, il successo si misura in modo molto semplice: la sopravvivenza e la procreazione. 

Facciamo un paio di esempi. Avete mai visto un uccello leggere le istruzioni per costruire il proprio nido? Oppure prendere lezioni di navigazione su come attraversare i mari nei loro flussi migratori? Immagino di no. 

Ciò accade perché sono nati per questo, sono nati per soddisfare al meglio i propri bisogni. Questo è l’istinto al successo. 

Anche l’uomo non fa eccezione però, essendo inevitabilmente più complesso e con bisogni che vanno oltre la semplice sopravvivenza, ha necessità di soddisfarsi raggiungendo ulteriori obiettivi. Ma l’istinto al successo c’è sempre, deve solo essere sfruttato al meglio. 

La "macchina" perfetta

Nel libro di Maxwell Maltz, Psicocibernetica, il cervello e il sistema nervoso vengono paragonati a un missile ad autopuntamento. 

Può suonare strano, lo ammetto. Tuttavia, alcune scoperte scientifiche hanno portato alla conclusione che il cervello e il sistema nervoso costituiscono un meccanismo che funziona automaticamente per raggiungere un determinato fine, proprio come il missile dirige la sua traiettoria verso il bersaglio. 

Possiamo considerarli come una sorta di sistema guida, capace di indirizzare ognuno di noi nella direzione giusta per raggiungere un determinato scopo o farci reagire correttamente a determinate situazioni, proprio come un “cervello elettronico” che agisce automaticamente per risolvere problemi, dare risposte e offrire nuove idee. 

Questo meccanismo però, per quanto fedele ed efficiente, è impersonale. Questo significa che non pensa ad aiutarti come farebbe un genitore o qualsiasi altra persona che ti ama, ma lo fa cercando in tutti i modi di aiutarti a raggiungere il tuo obiettivo. Ponetegli come vostro fine il successo e agirà come meccanismo per il successo, ponetegli fini negativi e, esattamente allo stesso modo, agirà come meccanismo per l’insuccesso. 

Breve riepilogo

Prima di imparare le equazioni hai dovuto imparare i numeri, giusto? Allo stesso modo prima di parlarti di come “condizionare” la tua mente per raggiungere i tuoi obiettivi, ho dovuto prima introdurti e spiegarti come funziona il meccanismo del successo

Facciamo un breve riepilogo di ciò di cui abbiamo parlato: 

L'immagine dell'io

Abbiamo parlato a lungo di scopi, obiettivi e di istinto al successo, ma dove sta, allora, il segreto per condizionare il cervello affinché raggiunga i nostri scopi? 

Perché non basta soltanto dire “voglio avere successo” per riuscirci? 

La risposta sta nell’esistenza dell’immagine dell’io, considerata una delle più grandi scoperte psicologiche del XX secolo.

Sostanzialmente, l’immagine dell’io consiste nel “ritratto”, nell’immagine mentale che ci siamo fatti di noi stessi perché, anche se non ce ne rendiamo conto, ognuno di noi col tempo definisce sempre di più la concezione che ha di sé.

Le maggior parte delle caratteristiche di questa immagine sorge inconsciamente dalle nostre passate esperienze, dai successi e dai fallimenti, dalle umiliazioni e dai trionfi, dal modo in cui gli altri hanno reagito nei nostri confronti, specialmente quando eravamo più piccoli. 

Da tutto ciò costruiamo mentalmente un “io”, e una volta che un’idea o un concetto su noi stessi si inseriscono in questa immagine, essi diventano veri, almeno secondo noi. Non mettiamo mai in dubbio la loro validità, ma continuiamo ad agire sempre basandoci come se fossero veri. 

“Capire la psicologia dell’io può voler dire mutare fallimento in successo, odio in amore, amarezza in felicità. La scoperta dell’io reale può salvare un matrimonio in pericolo, una carriera sull’orlo della rovina, trasformare le vittime di “personalità sbagliate”. Su un piano diverso, la scoperta del vostro vero io costituisce la differenza tra libertà e sottomissione al conformismo” – T.F. James 

Personalità diverse, destini diversi

La psicologia dell’io, inoltre, spiega anche molti fenomeni mai compresi in passato. Ad esempio, ormai è scientificamente provata l’esistenza di personalità “inclini al successo” e personalità “destinate a fallire”, personalità “inclini alla felicità” e personalità “destinate all’infelicità. 

In poche parole, “agiamo come” la persona che crediamo di essere. Ma non è tutto, non possiamo neanche fare altrimenti, nonostante i nostri sforzi e la nostra forza di volontà. 

La persona che si considera come “destinata a fallire” in un modo o nell’altro fallisce, a dispetto delle sue buone intenzioni e volontà, anche se si trova davanti una buona occasione. Colui che si considera vittima dell’ingiustizia, un individuo che si considera “nato per soffrire”, troverà sempre qualsiasi pretesto per convalidare le sue opinioni. 

L’immagine dell’io è il fondamento su cui basiamo il nostro comportamento, la nostra personalità e anche le circostanze della nostra vita. A causa di ciò, le nostre esperienze sembrano provare in modo oggettivo, e quindi rafforzare, la concezione (ossia l’immagine) che abbiamo di noi stessi. Il problema è che a causa di queste “prove” oggettive, raramente un individuo penserà che i suoi problemi abbiano origine dalla concezione che egli ha di se stesso. 

Nulla conduce al successo quanto il successo stesso

Abbiamo appena visto come l’immagine dell’io viene cambiata, in meglio o in peggio, non dal solo intelletto né dalla sola conoscenza, ma soprattutto dall’esperienza. Consapevolmente o meno, ognuno di noi ha costruito la propria immagine di sé attraverso l’esperienza del passato, e può cambiarla allo stesso modo

Parlando quindi di successo, è noto ormai da secoli che “nulla conduce al successo quanto il successo stesso”: impariamo ad agire con successo solo sperimentandolo, e il ricordo di successi passati agisce come una sorta di “bagaglio di nozioni” che ci aiuta ad affrontare le sfide che via via si presentano. 

Ma, quindi, come può una persona ricordare successi passati se è incorso solo in fallimenti? 

L'esperienza "sintetica"

A questo dilemma la scienza risponde con un’altra grandiosa scoperta: esperti in psicologia clinica e sperimentale hanno dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che il sistema nervoso umano non può stabilire la differenza tra un’esperienza realmente fatta e un’esperienza immaginata intensamente e nei minimi particolari

Ci sono numerose prove e ricerche a riguardo che dimostrano che, per quanto possa sembrare strano, questa tesi è valida e applicabile da chiunque. 

Faccio comunque un paio di esempi: 

Il celebre pianista Artur Schnabel prese lezioni di pianoforte solo per 7 anni, dopodiché ridusse drasticamente le sue esercitazioni. Quando gli venne chiesto il motivo la sua risposta fu: “faccio pratica mentale”.

Nel Research Quarterly è riferito un esperimento riguardante i risultati dell’esercizio mentale per raggiungere una maggiore abilità nel gioco della pallacanestro senza effettuare lanci reali. 

Fu calcolato il punteggio realizzato da 3 gruppi di ragazzi: al primo gruppo era stato chiesto di esercitarsi tutti i giorni, al secondo di non esercitarsi mai e al terzo di fare solo pratica mentale per 20 minuti al giorno,  immaginando di lanciare una palla e di correggere la mira a seconda degli errori commessi. 

Dopo 20 giorni dalla prima valutazione, il punteggio del primo gruppo, che si era realmente esercitato, migliorò del 24%; per il secondo gruppo non fu riscontrato nessun miglioramento; mentre per il terzo, che si era solo esercitato mentalmente, fu riscontrato un miglioramento del 23%.  

Il metodo

Oltre alla teoria, la scienza ci ha consegnato anche un metodo, ampiamente dimostrato, che ha le potenzialità per cambiare e dare una svolta decisiva alla propria vita

Per chi voglia approfondire questo argomento, vi consiglio la lettura di Psicocibernetica di Maxwell Maltz.

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Stefano Deri

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