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Creare un ecosistema per imprenditori migranti e rifugiati: la storia di Valentina Primo

Conosciamo la storia di Valentina Primo e di come ha fondato Startups Without Borders per supportare imprenditori migranti e rifugiati.

Se ci credi che ce la farai, ce la farai, ma se non ci credi non ce la farai.

Valentina Primo – Founder & CEO Startups Without Borders 

Nata in Argentina, fin da giovanissima cresce in Valentina Primo la passione per i viaggi e per l’Italia.

Dopo borse di studio all’estero e diverse esperienze di lavoro, si innamora del Medio Oriente.

Decide così di trasferirsi in Egitto, in un periodo non molto pacifico, nutrendo le preoccupazioni dei suoi amici e familiari.

Rischia ma sente dentro di sé che sta seguendo la sua intuizione.

Lascia allora uno stipendio stabile e va in Egitto senza avere un piano B.

Poi, unisce i puntini e capisce che tutto ha avuto un senso e nasce Startups Without Borders, un’ecosistema di imprenditori e di startupper di migranti e rifugiati in Medio Oriente e in Europa.

In questa intervista, racconta la sua incredibile storia, in cui trasmette alle lettrici la curiosità e la meraviglia di scoprire se stesse, visitando nuovi posti ed entrando in contatto con culture diverse dalla propria.

Ci parla dell’amore per il Medio Oriente e la sua visione di migranti e rifugiati a cui con Startups Without Borders non vuole soltanto dare un’opportunità perché è convinta che siano loro stessi un’opportunità. 

La passione per i viaggi e il Medio Oriente 

Startup Without Borders

A: Dall’Egitto all’Argentina fino all’Italia, hai vissuto in diversi posti e sei entrata in contatto con varie culture. Com’è nata la passione per i viaggi?

V: La passione per i viaggi nasce con un film italiano che si chiama Pane e Tulipani, visto con la mia famiglia al cinema in lingua italiana. Lì mi sono innamorata di Venezia, ho detto “Wow! Mi sembra una città di fantasia, devo andarci per forza!”.

È nata così anche la passione per la lingua italiana, ho deciso che dovevo imparare questa lingua così poetica, bella, teatrale.

Inizio a studiare italiano e scopro che c’erano borse di studio per andare a studiare in Italia.

Mi sono detta “Wow, sarebbe un sogno”, mando la candidatura, mi prendono per la borsa e vado a Perugia per un mese a studiare lingua e cultura italiana.

Perugia, una cittadina medievale, piccola, ambiente di studenti provenienti da tutto il mondo, mi ha sconvolto in un modo veramente pazzesco.

Penso che l’impatto più grande sia stato conoscere realtà e persone di mondi che io conoscevo tramite i giornali. Ricordo che, mentre studiavo giornalismo, avevo collezionato articoli sulla guerra in Afghanistan e in quell’occasione ho conosciuto una ragazza dell’Afghanistan che potevo toccare con le mie mani, parlarci di persona. Averla davanti era una sensazione che non potevo spiegare. 

Ti si apre veramente il mondo davanti. Inoltre, in questo mese ho fatto diversi viaggi che hanno fatto sì che io scoprissi me stessa. 

La bellezza di questi viaggi è l’incontro umano con le persone; un incontro che ti fa scoprire chi sei una volta che ti liberi di tante etichette: di dove sei, in che scuola sei andata, in che quartieri abiti, il nome della tua famiglia.

Tutte queste etichette quando vai all’estero non esistono più; quindi sei tu, sei lasciata a te stessa, ed è bellissimo.

Valentina Primo Startups Without Borders

A: Ci parli del tuo amore per il Medio Oriente?

 V: Per il Medio Oriente nasce in me un po’ di curiosità dopo l’11 settembre

Nel 2001, io ero ancora ancora a scuola, e vedo questo attentato terroristico che inizia a cambiare il mondo molto velocemente.

Ero cresciuta in un mondo di pace, dove non c’erano guerre e in quel momento si rompe quella narrativa internazionale.

Si inizia a parlare di terrorismo e di questo mondo in Medio Oriente dove ci sono i terroristi, con molta enfasi sull’Islam come il motore, la causa, il motivo per cui le persone andavano in guerra.

 All’Università si parlava dello ‘scontro delle civiltà’, di teorie che spiegavano che la causa dei conflitti era la religione; teorie che spesso confondevano l’arabo con il musulmano.

Quindi ho capito che c’era tutta questa regione del mondo che era stata demonizzata; c’era una chiara demonizzazione di un’intera popolazione, di un’intera cultura. 

Io non credevo al 100% che fosse così, sappiamo che i media costruiscono la realtà, io studiavo giornalismo e quindi mi sono detta: “Aspetta, vorrei conoscere veramente cosa c’è, vorrei conoscere cosa pensano i musulmani, cosa sentono, come sono, com’è questa religione, come sono le persone che vivono in questo mondo”.

Imprenditori rifugiati e migranti

L’amore per il Medio Oriente nasce quindi un po’ dalla curiosità e da un viaggio che ho fatto nel 2012.

Io abitavo già a Roma dal 2010 e dopo due anni faccio un viaggio in Egitto. Era il periodo dopo la rivoluzione, dopo la Primavera Araba, e in quel momento mi sono innamorata veramente di quel popolo perché sono molto ospitali, accoglienti, sono persone solidali; i loro legami sono talmente forti che ti ispirano.

Ti ispira la loro bontà, la spiritualità che hanno, il rispetto, le diverse concezioni e valori che ti fanno capire che non c’è un solo modo di fare le cose.

Noi pensiamo che la nostra cultura ha il modo giusto di fare le cose, ma ci sono anche altri modi che dipendono da altre concezioni e altre idee.

Il trasferimento in Medio Oriente 

A: Quando hai deciso di trasferirti in Egitto, i tuoi amici e i tuoi familiari non erano d’accordo, dentro di te che cosa sentivi invece?

V: I miei amici erano molto preoccupati, sia che io mi potessi innamorare di un uomo arabo e che volessi cambiare me stessa, sia perché stavo andando in un posto dove c’erano proteste ogni venerdì ancora violente dopo la rivoluzione.

Io chiedevo consigli ai miei amici che stavano già a Il Cairo e loro mi dicevano “Guarda, non so che dirti, vieni, non c’è tanta stabilità però ti possiamo aiutare”.

Valentina Primo Egitto

Io sentivo nel mio cuore che mi volevo trasferire, che non volevo più stare in Italia, anche se amo l’Italia sentivo che qua non stavo facendo un lavoro significativo e che non avevo un vero impatto sulla realtà.

Ma lì c’era il potenziale di fare qualcosa di impatto, il potenziale di imparare ogni giorno della mia vita una cosa nuova; quindi sentivo che io dovevo stare lì. Avevo voglia e fame di imparare di più.

I miei genitori erano pure preoccupati.

C’è stata una cosa bellissima che mi ha detto mio padre durante una chiacchierata con lui.

Parlo con lui e mia madre su Skype e mi dice:

“Figlina mia, che ti devo dire? Io prima ti avevo detto di non andare in Germania a fare il tirocinio e il giorno dopo hai preso l’aereo e sei partita comunque. Quindi io so che non importa quello che ti dico io, tu farai quello che senti”.

Lui non lo sapeva e non lo sa ancora oggi ma dicendomi ciò mi ha fatto sentire una donna coraggiosa, mi ha incoraggiato senza saperlo, mi ha fatto capire che avevo il coraggio sufficiente per farlo.

A: Hai lasciato uno stipendio stabile per trasferirti in Egitto, senza avere idea di cosa fare arrivata lì.

Perché non hai pensato a un piano B?

Storia di Valentina Primo

V: L’unico piano B che avevo erano dei risparmi. 

Avevo risparmiato per un anno intero in modo da poter sopravvivere almeno 6/9 mesi senza uno stipendio, quindi sapevo che potevo prendere questo rischio.

Ed era l’unica cosa, perché sono convinta che se ci credi che ce la farai, ce la farai, ma se non ci credi non ce la farai.

Credo molto nella legge dell’attrazione, che uno può realizzare quello che pensa, che lo attira con la propria energia.

Quindi non ho creato un piano B perché sono fondamentalmente convinta che tutto nella vita, tutto, è reversibile per cui in ogni decisione che tu prendi ti puoi tirare indietro dopo, l’unica cosa che non è reversibile è la morte.

Sapendo questo, ho detto: “Va bene, se non funziona farò un’altra cosa, torno in Italia, cerco un lavoro o torno al lavoro di prima a vedere se ancora hanno bisogno di me, oppure torno in Argentina”.

Ma partire con un piano e già pensare che non funzionerà non va bene secondo me, se non ci credi tu, chi ci deve credere?

Devi credere in te stesso, devi credere che ce la farai, e questa mancanza di alternative, di piani B, ti rende molto più focalizzata, entusiasta e guerriera per raggiungere i tuoi obiettivi.

Io sono partita senza pensare che non avrebbe funzionato, sono partita pensando che funzionerà, un lavoro lo troverò, una strada la troverò.

Anche perché stavo cercando la mia strada nella mia carriera e collegando finora tutti i punti che non erano connessi; stavo facendo quello che dice Steve Jobs, unire i puntini cercando un modo, inseguendo la mia curiosità e trovando pure me stessa.

A: Cos’è successo quando hai unito i puntini e hai capito che tutte le tue esperienze e i rischi che avevi preso, in quel momento, avevano finalmente un senso?

Cos'è Startups Without Borders

V: Quando ho iniziato con Startups Without Borders, ho iniziato a capire che tutto il percorso che avevo fatto mi aveva portato ad avere questa idea, lanciare quest’iniziativa e sentire questa mission dentro come la cosa più forte di me, che mi spingeva ad alzarmi ogni mattina con entusiasmo e con voglia di vivere e di lavorare.

Se prima non avevo paura di fallire, quando capisci che riesci a connettere i puntini, hai ancora meno paura, perché diventi ancora più convinta che tutto quello che fai, anche se sembra non avere un senso, il senso ce lo avrà dopo. Quindi devi veramente seguire la tua passione e quello che sei perché tu sei unica al mondo.

Ognuno di noi è unico al mondo e quello che ha da dare è unico, e tu trovi quello che hai davvero dentro di te quando insegui le proprie passioni, i propri interessi e le proprie curiosità. 

Inseguendo quella fiamma che abbiamo dentro, quella fame e quella sete di conoscenza, iniziamo a scoprire chi siamo e cosa abbiamo; qual è il regalo che abbiamo dentro di noi da dare al mondo.

Capendo che poi i puntini si collegano alla fine hai ancora meno paura e sei ancora più convinto di prendere rischi.

Quando ho deciso di lanciare Startups Without Borders è successa una cosa magnifica: ho iniziato a ricevere una marea di“benedizioni”.

Contemporaneamente avevo scoperto le teorie sulla legge di attrazione e l’importanza della gratitudine, ascoltando alcuni podcast che mi avevano fatto conoscere queste cose.

Ho iniziato a fare un esercizio tutte le mattine: scrivere 10 motivi per cui sono grata alla vita.

Più facevo questa cosa più mi arrivavano delle benedizioni. 

Non voglio che questo possa sembrare religioso, però arrivavano delle cose che tu dici:

“Ma com’è possibile? Io sto lanciando un’iniziativa e appena decido di prendere il passo e lanciarla, l’Universo mi butta tutte queste opportunità?”.

Persone che si avvicinano per aiutarmi ma che io non avevo neanche chiamato, persone che mi aiutano a fare la piattaforma tech, persone che mi aiutano a fare il design, partner e organizzazioni che vogliono collaborare in qualche modo al progetto.

Insomma, mi sono arrivate tutte queste offerte di aiuto e opportunità di collaborazione che non mi aspettavo.

Delle volte piangevo da quanto ero emozionata di tutto quello che stava piovendo sopra di me, lo vedevo molto collegato alla gratitudine e alla legge d’attrazione.

Startups Without Borders: la missione, le soddisfazioni e le difficoltà 

startups without borders team

A: Qual è la tua missione con Startups Without Borders?

Quello che voglio vedere realizzarsi e che spero che mi darà un giorno un senso di “Okay, ce l’ho fatta” è che la gente inizi a pensare ai migranti e ai rifugiati in modo diverso.

Che il migrante e il rifugiato sia visto come un’opportunità e un valore, sia a livello politico, sociale e di educazione.

A partire da come vengono educati i bambini a scuola, io vorrei cambiare la percezione dei rifugiati e dei migranti.

Ad esempio, che ogni persona che si trova a parlare di un rifugiato e pensa che egli possa essere un peso sulla società, sentisse un’altra persona dire:

“Ah, ma non hai sentito Startups Without Borders? Vedi che ci sono tanti imprenditori migranti e rifugiati che stanno creando cose fantastiche”. 

Per me questa sarebbe la cosa più bella al mondo: far diventare Startups Without Borders quella piattaforma dove la gente incontra un altro modo di vedere il mondo.

Questo è il perché, il punto di partenza, il perché cambiare percezione.

Non lo facciamo soltanto attraverso storytelling ma anche tramite attività che contribuiscano ad accrescere questo ecosistema di imprenditori migranti e rifugiati collaborando anche con imprenditori locali.

Quindi la mission non è soltanto cambiare la percezione e i pregiudizi ma anche creare un ecosistema senza frontiere.

A: Qual è la tua più grande soddisfazione oggi?

Valentina Primo startup

V: Penso che ce ne sono 2 di soddisfazioni.

Una mi arriva molto spesso: ogni volta che qualcuno mi scrive perché vorrebbe lavorare con me, far parte del team o essere un volontario.

È una soddisfazione enorme sapere che Startups Without Borders stia ispirando tante persone.

La cosa più bella è quando imprenditrici de Il Cairo, ragazze rifugiate, mi dicono che noi gli abbiamo dato più che uno strumento, che le abbiamo davvero stimolate a continuare il progetto che avevano lasciato perché avevano smesso di crederci, questa è la soddisfazione più grande.

E poi un’altra soddisfazione è stata riuscire a fare il summit l’anno scorso a Il Cairo in cui ci sono state più di 600 persone e 25 panels con 75 speaker di tutto il mondo, con partner molto importanti come Facebook e l’UNHCR.

Realizzare tutto questo con un team molto piccolo, tanti volontari e persone bellissime che hanno voluto dare il loro tempo e la loro energia per far diventare questo una realtà è stata una soddisfazione enorme.

A: Sui tuoi social hai invitato i tuoi followers a scegliere una parola che possa guidarli in ogni mese del 2020.

Quale scegli tu per giugno e qual è il messaggio che vuoi trasmettere alle nostre lettrici?

La storia di Valentina Primo

V: Per giugno la parola è un verbo: rialzati.

Perché tutto quello che sta succedendo ogni giorno non solo per il covid19 ma anche problemi che ci possono essere nel team o con un cliente, sono problemi che uno deve imparare ad affrontare in modo diverso.

Io prima, da impiegata, vedevo ogni problema diventare gigante, rappresentava uno schiaffo e magari mi buttavo giù una settimana intera.

Poi ho imparato che essere un’imprenditrice vuol dire rialzarsi ogni volta, cadere 7 volte e rialzarsi 8.

C’è anche una frase molto famosa di Churchill che dice:

Il successo vuol dire andare da fallimento in fallimento senza perdere l’entusiasmo.

L’imprenditoria è continuare a transitare in un percorso di fallimenti e farlo con entusiasmo.

Imparare che cadrai 1000 volte e ti devi rialzare, devi esercitare questo muscolo, rialzarti una volta e un’altra volta e andare avanti e avanti, perché ci saranno tanti problemi e tante difficoltà e il segreto del successo non è essere più bravo o essere più intelligente.

Noi a volte pensiamo che non possiamo fare una cosa, non osiamo rischiare per paura di fallire o perché non siamo sufficientemente intelligenti o perché non siamo sufficientemente capaci o sufficientemente bravi, ma non è la bravura, l’intelligenza e neanche il coraggio che ti rende di successo, quello che veramente determina il successo è la capacità di rialzarti.

La capacità di essere persistente, non perdere la speranza, la fede e la forza di continuare ad andare avanti.

Non importa quanti ostacoli troviamo davanti.

Per me maggio è stato un mese duro, difficile, molto complicato, perché ci sono stati molti problemi, tanti rifiuti e ci si deve rialzare.

Un consiglio che darei alle ragazze che vogliono inseguire i propri sogni è che sono le nostre abitudini che fanno la differenza.

Noi non pensiamo che le nostre abitudini abbiano un impatto sulla nostra vita e sulle nostre performance o anzi le diamo per scontate.

Ci svegliamo, andiamo al lavoro, torniamo, magari facciamo l’aperitivo, guardiamo qualcosa in TV e andiamo a dormire.

Invece, ogni ora della giornata vale la pena di essere vissuta. Non si tratta di lavorare finché ci addormentiamo, ma di creare e coltivare abitudini che contribuiscano alla nostra crescita.

Queste abitudini ad esempio sono l’esercizio fisico, fare qualsiasi cosa che ti dia più energia, perché se davvero vuoi diventare la migliore versione di te stessa devi arrivare a un livello a cui forse non ci sei adesso, a un livello in cui hai più energia, più coraggio, più consapevolezza, più equilibrio per affrontare le difficoltà, per affrontare tutte le battaglie.

Per me la gratitudine è un’abitudine indispensabile come anche l’esercizio fisico, leggere e scrivere.

Inseguire i propri sogni non solo significa che si deve lavorare su un obiettivo; significa soprattutto lavorare su se stessi.

Conclusione

Valentina lascia in noi un’immensa positività e voglia di crescere, mi auguro che possa diventare, con la sua intraprendenza e curiosità un fantastico esempio da seguire per voi giovani lettrici.

Alla prossima intervista, Arianna 



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